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Death in June 1981-2011: il trentennale della band storica inglese è stato celebrato con un tour europeo di vaste proporzioni tra cui due date in Italia, e in particolare la data in Italia settentrionale arrivata dopo un po' che quella di Roma fu stata annunciata (e paventata) come l'unica nel nostro paese, e anzi ultima in assoluto per chi avesse voluto vedere i DiJ dal vivo. Infatti, Douglas P. a età  avanzata e dopo innumerevoli dischi, successi, polemiche ed esibizioni ha deciso di dare epilogo almeno alla parte dal vivo della sua creatura. 
Questo ha portato sollievo per chi non pensava di spostarsi e scompiglio per chi appassionato già  si era fiondato sulla data di Roma, ma alla fine il giorno è arrivato. Retorbido è un paesino sperduto alle porte di Voghera, a ben 90 km dalla più raggiungibile Milano e il Carlito's way, un simpatico pub che si dà  anche ai concerti, e l'area adibita è un po' piccola per tenere la calca (400 biglietti limitati fin dall'annuncio) e il palco certamente non è da grande evento (10 cm in più avrebbero di certo giovato alla visuale) ma l'acustica è davvero buona. Tempi stretti per via della natura del locale, fanno incominciare il trittico Vurgart, Fire+Ice, DiJ a ridosso dell'orario di cena, tempi di sicuro normali a livello europeo ma decisamente scomodo per chi lavora e abita nei grossi centri abitati, tutti quanti decisamente lontani (c'è chi si è spostato dall'Emilia, e anche dalla Svizzera); il preambolo per giustificare il mio arrivo a Fire+Ice già  iniziati, e quindi un giudizio non dell'esibizione in toto. 
Capitanati da Ian Read, storico collaboratore di Pearce a fine anni '80, eminente capo di una "setta" esoterica inglese di concezione moderna/sincretica - gli Illuminati of Thanateros, i curiosi possono leggere su Wikipedia - e folk singer a tempo perso, non hanno mai raggiunto vette di notorietà  ma di sicuro un discreto manipolo di apprezzatori. Minimale ma di elevata sensibilità , il folk di Ian Read in studio è colorato di piccoli contributi di flauto, e violino o altro, mentre dal vivo è stato giusto accompagnato da qualche percussione e una chitarra acustica. In questo caso la voce stentorea di Read non riesce a far amalgamare bene gli ingredienti, e il risultato è stato abbastanza piatto, di sicuro molto inferiore al potenziale che il progetto ha sempre avuto. 
La formula di Doug non è poi molto differente, e sul palco si presentano in immancabile mimetica e maschera lui e John Murphy (uno dei percussionisti più presenti della grey/brown area, dagli SPK ai suoi Knifeladder), che però preferisce il bianco anzichè la mimesi marrone. I primi tre pezzi, tra cui l'esordio di Till all living flesh is burn, sono versioni a sola voce e percussione pesante, con giusto i campanelli, piccole campane tubolari e una base con ulteriore voci campionate da film a dare un tocco extra. 
L'atmosfera è abbastanza sperimentale ma sarà  l'unico momento in cui saranno usate le basi (chissà  perchè no, poi); senza un vero gruppo alle spalle (reale debolezza secondo me per i DiJ) il concerto sarà  totalmente in acustico (come da anni a questa parte invero) e la scelta è di arrangiamenti acustici abbastanza diversi dagli originali in studio, che fa deludere alcuni e godere altri. Il vantaggio di P. rispetto altri è il poter gestire chitarra e voce assieme, infondendo una sincronia e un'energia che altrimenti manca a tante formazioni neofolk dal vivo; inoltre quasi tutti i pezzi saranno suonati accelerati, dando un ritmo molto diverso dal tocco sensuale e malinconico del neofolk. 
Alla fine ci si ritrova in un concerto rock più che folk, e invece dello chansonnier maledetto abbiamo un P. allegro, in ottima forma (cosa che a Roma si dice non sia stato, rendendo non solo più breve il concerto, ma anche meno interessante, e non privo di problemi tecnici) che rende i suoi grandi classici (quasi tutti presenti: she said destroy, to drown a rose, runes and men - con il testo leggermente cambiato, e invece di "drinking german wine" dice "italian" - luther's army, giddy giddy carousel, rose cloud of holocaust, symbols of sun, little black angel, come before christ and murder love, kameradenschaft, death of west assieme ai più recenti peaceful snow dall'ultimo album e all pigs must die) delle rivisitazioni energiche, rese più coinvolgenti di quanto non riuscirebbero gli intimisti originali suonati in mezzo ad una folla pressata e chiacchierante, grazie al ritmo sostenuto di Murphy, tra tamburi, batterie, gong ecc. 
Pur essendo molto scarne come versioni acustiche, e ripeto credo sia questo il punto più criticato dai detrattori. Il coinvolgimento è pieno e inoltre la buona resa sonora dà  un gran contributo in questi casi, tra volume e acustica, spostando l'atmosfera da solenne e tragica cui molti associano la visione guerresca dei Di6 (a proposito, gente in divisa o simili non era presente tra il pubblico) a quella ironica, energica e anche sentimentale che in genere non è molto notata. 
Chiude la serata Where's Klaus Barbie, un trionfo di percussioni e di accalorato tripudio, e non manca il tocco di originalità  con la frase "Ou est Klaus Barbie" Ou est Gheddafà Dans le coeur noir! "libertà c'est un rève... ", aggiornando l'ipocrisia occidentale di chi convive con personaggi negativi, e come questi siano in realtà  sempre in mezzo a noi, anzi esiste sempre la possibilità  che ognuno di noi nasconda uno (quindi non solo una valenza politica ma anche personale, come spesso accade con i testi dei Di6). 

La piccola folla radunata sembra essere veramente entusiasta del concerto, sebbene non manchino le persone con opinione contraria, e anzi nettamente opposta - ad esempio la velocizzazione dei brani è stata anche sentita come del tipo "facciamo in fretta che andiamo presto a casa" ma dall'altra è stato possibile avere un gran numero di pezzi in ben quasi due ore di concerto e due bis accalorati. 

Viste tutte le polemiche che hanno investito Pearce soprattutto negli ultimi anni, io direi che il gran numero di soddisfatti siano molto più importanti, perchè mostrano che la capacità  dell'uomo artista in realtà  non sia finita come si dice.