Federico Guglielmi - Intervista 26 Giugno 2011

Oggi siamo abituati a veder distinguere i vari tipi di musica per etichette che non significano nulla se non una certa aggregazione di gruppi in base alla moda del momento, gruppi che se andiamo ad ascoltare non hanno niente in comune tra loro. Le suddette etichette servono più per dare un’identità ed un target specifico alle mancanze naturali degli stessi. In passato i generi nascevano per indicare più il periodo storico e la cultura di base in cui una corrente musicale era nata: in definitiva i termini servivano più a farti conoscere atmosfere simili tra loro e a guidarti nella conoscenza della musica invece che essere solo finalizzati al mercato discografico di massa. Credi che la tendenza in futuro cambierà di nuovo grazie al lato positivo dei nuovi moderni mezzi tecnologici di divulgazione?
Federico Guglielmi: La tendenza a generalizzare, da parte degli addetti ai lavori e non solo, è sempre esistita, e credo che abbia un senso e anche un'utilità pratica. La confusione è un danno collaterale forse inevitabile e comunque non recente: basti pensare alla cosiddetta new wave e al post-punk, "ombrelli" sotto i quali si raccoglieva di tutto. Certo, all'epoca il marketing era molto più "sfumato" e non c'era l'approccio quasi scientifico nel categorizzare, ovviamente a scopo di hype/lucro, che si riscontra oggi... tutto era più ingenuo, più puro, più spontaneo.
Non sono granché convinto che in questo senso le cose cambieranno in meglio, e mi sembra che i "moderni mezzi tecnologici di divulgazione" stiano dando un bel contributo a confondere ancor di più le idee: i mezzi sono, appunto, "mezzi", e se chi li utilizza lo fa in modo improprio...

Cosa ne pensi dei generi? Sono ancora utili o non dobbiamo più fidarci?

F.G.: Credo che da un bel po' di anni l'imperativo sia "contaminare": unire assieme generi e sottogeneri già noti per cercare di tirar fuori qualcosa che suoni almeno in parte "mai sentita"... anche se poi, purtroppo, tale ricerca è freddamente pianificata a tavolino e diventa un semplice esercizio di stile o una sorta di gioco intellettuale. Certo, mi capita di leggere - e a volte anche di scrivere - definizioni parecchio cervellotiche, ma tutto sommato la cosa, come primo inquadramento, può funzionare: a patto, è ovvio, che le espressioni non siano coniate con l'intento di farsi belli agli occhi di chi legge e che, magari, facciano sempre riferimento a concetti di base universali e riconoscibili. Ok per, faccio esempi a caso, psycho-funk, garage-blues o synth-punk, passi pure il nu-metal, ma se per etichettare qualcuno si parlasse di neoetnometalfilocubista o trancefolkretrowarholiano mi parrebbe una presa per il culo.

Che giudizio dai della corrente musicale maggiormente legata agli Interpol, Editors ultimamente O.Children che pescano dal Goth molti dei loro umori? E’ giusto chiamarli indie?
F.G.: Ho vissuto attorno ai vent'anni la nascita e lo sviluppo del movimento originario, e quindi tutto mi suona come "già sentito"... senza contare i dubbi, credo legittimi, sulla "sincerità" di tante operazioni. Diciamo però che, quando un genere è ormai più o meno considerato "classico", le cose principali sono la qualità delle canzoni e del suono. Più in generale, non ho nulla contro le operazioni di tipo revivalistico, che consentono alle nuove generazioni di vivere suggestioni ed emozioni analoghe a quelle vissute da me e dai miei coetanei negli anni Ottanta. Da storico del rock, però, non posso esimermi dal rilevare i "plagi", e da appassionato con qualche anno sulle spalle avrò sempre un sentimento più forte - e la nostalgia non c'entra - con gli artisti e i dischi della mia epoca.


La New Wave è il periodo musicale che più ha fornito possibilità e libertà ai musicisti, basti pensare alle differenze di tanti gruppi che sono considerati nel genere senza avere quasi niente in comune. Credi che questo sia stato possibile grazie al Punk che aveva disintegrato “regole” anni prima o semplicemente è stato un processo naturale dell’evoluzione musicale, scollegata dall’esistenza del Punk stesso?
F.G.: Il punk è stato fondamentale, ha cambiato la storia del rock in tanti modi diversi. Pensa solo alle due regole-base, "anyone can do it" e "do it yourself", che hanno generato una nuova filosofia espressiva e un nuovo modo di concepire l'industria discografica. Il punk, comunque, è stato un processo naturale dell'evoluzione musicale, che affondava le sue radici nel passato ma che è esploso quando doveva esplodere. Ipotizzare una new wave senza il punk sarebbe come immaginare il rock'n'roll senza il rhythm'n'blues.

Personalmente mi facevo centinaia di km per andare a cercarmi dischi tra Disfunzioni Musicali, Metropoli Rock e tanti altri. Ogni volta che potevo muovermi in una nuova città la prima cosa che cercavo era un negozio di dischi. Se compravo un disco aveva il valore aggiunto dell’averlo cercato (sudato) e vissuto! Cosa ne pensi del comprare un disco nel 2011?
F.G.: Fermo restando che, visto l'andazzo generale, il solo concetto di "comprare un disco" mi sembra in sé meraviglioso, credo che oggi tutto sia troppo facile. L'acquisto ha perso gran parte della sua poesia, fondata su aspettative, lunghe attese, ricerche ed emozioni. Anche per quanto riguarda le rarità... un tempo il primo problema era trovarle, adesso - con eBay - la questione è solo avere i soldi per pagarle.

Sei una delle persone che maggiormente ha contribuito alla diffusione della musica in Italia e credo anche nella diffusione della New Wave nel nostro paese. A quale periodo musicale sei più legato?
F.G.: Sì, ai tempi penso di aver fatto la mia parte... assieme a qualche altra decina di persone, e non solo con l'attività radiofonica e giornalistica: non tutti sanno che il primo a fare arrivare a Roma, in modo serio e organico e non casuale, certi dischi di importazione, sono stato io, quando due pomeriggi alla settimana andavo a curare gli ordini all'estero di un negozio del quartiere Appio-Tuscolano che si chiamava Rock Set. Disfunzioni Musicali all'epoca non esisteva ancora. A parte ciò, sono enormemente legato al 1975/76, quando ho scoperto l'underground americano dei tardi '60/primi '70; al '78, quando ho scoperto il punk "minore"; agli anni mitici a cavallo fra gli ultimi '70 e i primi '80, con l'esplosione della new wave e l'eccitazione derivata non solo dall'ascolto dei dischi ma anche dalla possibilità di assistere ai concerti di band straordinarie.

Quali gruppi in Italia e all’Estero ti hanno coinvolto di più interiormente da quando ascolti musica?
F.G.: Provo a buttar giù un po' di nomi andando a memoria... artisti che mi hanno dato moltissimo a livello emotivo, al di là dell'apprezzamento musicale. Velvet Underground, Tim Buckley, Stooges, i Pink Floyd di Syd Barrett, Amon Duul II, Ramones, Stranglers, Devo, Tuxedomoon, Sisters Of Mercy, Savage Republic, Husker Du, R.E.M., Sonic Youth, Mudhoney, Nirvana... e poi Fabrizio De André, Diaframma e Litfiba, CCCP-Fedeli alla linea... ma ne dimentico di sicuro tantissimi.

C’è possibilità che un nuovo movimento culturale tipo quello di Firenze negli anni 80 rinasca in Italia, oppure è tutto perso?
F.G.: Oggi i nuovi fermenti non hanno il tempo di crescere: nascono, "esplodono" - spesso solo tra virgolette - e muoiono in tempi strettissimi. Secondo me è tutto perso per sempre, almeno in quei termini.

Ci sono buone etichette che possono dare visibilità ai tanti gruppi validi che sono sommersi dall’anonimato per colpa delle mancanze degli X-Media da tanti anni? O meglio, ci sono persone che sanno riconoscere in base alla loro cultura musicale su quali gruppi è meglio investire?
F.G.: Dipende, credo, quale sia l'obiettivo: diffondere musica artisticamente valida al di là della sua vendibilità, o semplicemente vendere "prodotti" (non dico "dischi" perché mi viene da ridere, o da piangere). Comunque, sì, ci sono. Il problema, magari, è che ce ne sono anche troppe, con il risultato di essere sommersi da musica magari anche buona ma scarsamente rilevante.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
F.G.: L'ordinaria amministrazione non mi lascia purtroppo moltissimo tempo per dedicarmi ad altro. Ho comunque in cantiere un libro per la Giunti sui "1000 album fondamentali" del rock dagli albori al 2010: lo sto concludendo proprio in questi giorni e sarà fuori attorno a novembre. Poi, nel 2012, dovrebbe uscire un'edizione aggiornata di "A denti stretti", la mia biografia dei Litfiba.



Tra i Tanti Scritti
di Federico Guglielmi Segnaliamo :

  • Cure. Arcana, 1991.
  • New Wave. Apache, 1995; con Eddy Cilìa.
  • A denti stretti - La vera storia dei Litfiba. Giunti, 2000.
  • Siberia - Diaframma, collana "Rock italiano: i grandi album". Stemax, 2010.
Contributi :
  • New Wave, collana "Atlanti musicali". Giunti, 2001.
  • British Renaissance - Gioventù, amore e rabbia nel cinema inglese degli anni Ottanta. Il Castoro, 2008.

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