Viridanse - Intervista 29 Luglio 2012

viridanse



Un quarto di secolo c'è voluto per potervi finalmente avere di nuovo tra di noi. La domanda può sembrare retorica, ma come mai oggi? E' solo questione tecnologica (con l'abbattersi di costi di remastering) o di periodo felice, ricettivo alla vostra proposta?

In realtà la cosa è scattata un paio di anni fa in modo piuttosto casuale, avevo recuperato qualche video live del gruppo facendolo girare sul web. In quel modo sono stato contattato da Stefano Gentile dell’etichetta Silentes che mi ha proposto di pubblicare i lavori discografici Viridanse tramite Oltralanebbiailmare, una label orientata alle ristampe di gruppi italiani new wave e post punk anni 80 (Baciamibartali, Aidons La Norvege, La Masque etc). Per un gruppo come il nostro che non era più in attività dalla fine degli anni ottanta, poteva essere una occasione per far rivivere quelle canzoni e proporle ad un pubblico che non aveva magari vissuto anagraficamente quel periodo, ma ne apprezzava il sound. Effettivamente grazie alla rete ho constatato un certo interesse anche delle nuove generazioni a quel momento storico della musica underground italiana.
Questo mi ha spinto ad iniziare seriamente a cercare e rimettere assieme le vecchie registrazioni, scovando (anche grazie al contributo di amici estimatori) numerose tracce inedite, dalle quali abbiamo poi scelto la scaletta che abbiamo pubblicato.

Rifiorire di ristampe a parte, sembra che la new wave sia di nuovo di moda, in generale. Che ne pensate?
Credo che oggi come oggi non si possa parlare propriamente di moda, ma certo l’interesse è vivo. Più che un ritorno vero e proprio credo ci sia una voglia, se non addirittura un bisogno, nelle nuove generazioni, di scoprire suoni e suggestioni che sono nati in quel periodo di profondo cambiamento e che in qualche modo si ritrovano anche oggi in molta musica contemporanea, dalle nuove forme di progressive alle cose più psichedeliche.

State ascoltando qualcosa della nuova scena che si è sviluppata di recente tra USA (wierd records, minimal wave ad esempio) ed Europa (mannequin, infrastition, af music etc.)?
Conosco qualcosa delle produzioni di alcune etichette come la Weird, ho sentito di recente i Rosenkopf e li trovo davvero bravi, altre cose al contrario le trovo un po’ troppo fredde. Sicuramente l’impronta delle sonorità dei primi anni 80 si sentono molto. Chi come me ha vissuto quel periodo di passaggio fra gli anni 70 e gli 80, non può fare a meno di pensare alle radici di queste sperimentazioni, penso ai Kraftwerk, Can, Tangerine Dream e simili, per poi arrivare a Cabaret Voltaire, gli stessi Simple Minds di Empires & Dance e così via. Poi tutto si è fermato quando hanno cominciato a circolare i primi sinth polifonici a campionamento digitale, quella è stata la vera rovina degli anni ottanta, con tutti quei suoni di “plastica”!

Italia 1980 - Italia 2010: due generazioni a confronto, se possibile. Che cosa spinse un giovane di trenta anni fa a fare musica e cosa spinge adesso, secondo voi?

Domanda difficile da sviscerare in due parole. L’Italia del 1980 era musicalmente colonizzata dall’Inghilterra, si vivevano le mode e le tendenze che venivano da oltremanica con ritardo dovuto alle logiche difficoltà di comunicazione esistenti, ma nonostante ciò erano momenti di fermento artistico incredibile, vivevamo le cose sapendo che tutto stava cambiando in continuazione, dalla moda alla musica, dalla letteratura al divertimento.
Ognuno di noi aveva iniziato a suonare in progetti diversi già alla fine degli anni 70, ai tempi del liceo. Io e Flavio (che eravamo anche i più anziani) siamo cresciuti con la musica degli anni 60 e 70, dalla Canterbury a Frank Zappa, dagli Area al Progressive e abbiamo vissuto l’arrivo del punk, l’impatto dei nuovi suoni del post punk e della prima new wave esattamente come nei primi anni 60 la generazione precedente a noi visse l’avvento dei Beatles e degli Stones.
Quello che ci spinse a fare musica seriamente era questa immensa voglia di scoprire strade nuove, questa voglia di ascoltare parole e suoni nuovi e provare a interpretarli, per poi stravolgerli, insomma sperimentare. Credo che i primi tempi dei Viridanse, per lo meno fino a Cellini siano stati veramente dettati dalla voglia di sperimentare un nuovo modo di leggere la musica, con inevitabili ingenuità ma con autentica spontaneità.
L’Italia del 2010 è un immenso casino, un sottobosco di gruppi e di etichette che nascono e svaniscono alla velocità della luce. La sensazione è che nulla rimanga, quello che viene prodotto viene buttato in un enorme calderone ed offerto alla massa senza una apparente logica, fagocitato senza poter lasciare traccia. Con questo non voglio certo dire che non ci siano cose di qualità, anzi, il problema è che in questo modo le cose valide non arrivano, si perdono. L’Italia di oggi è fatta di “nicchie”, talmente piccole dalle quali a volte è impossibile uscirne. Conosco un gran numero di giovani gruppi, di giovani musicisti anche bravi ma incapaci di uscire dalla logica dell’imitazione, dell’omologazione a quello o l’altro genere, quella logica che in tutti questi anni ci è stata imposta dall’alto. I tempi, la storia degli ultimi venticinque anni hanno spremuto e poi saturato un mercato che è stato incapace di osare, di inventare o scoprire nuove strade. I motivi sono complessi e difficili da approfondire, ma sono sotto gli occhi di tutti

Cosa è immutabile e cosa invece era peculiare di un momento come la new wave, qualcosa che non si ripeterà mai (ma non nega qualcosa di altrettanto potente, seppur diverso)?

La new wave è stata una definizione a mio avviso molto generica e come tutte le “etichette” ha inglobato realtà molto diverse fra loro, se ci pensi convivevano realtà diversissime come Joy Division, XTC, Talking Heads, Cure, tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente, se poi ci aggiungi personaggi del passato che ci si sono ritrovati dentro come Bowie, Robert Fripp, Brian Eno, ti rendi conto quanto fosse un “genere trasversale”. Sicuramente un certo tipo di sound soprattutto dei primi anni ottanta lo si trova ampiamente in tante produzioni attuali, basta pensare all’elettronica, alle cose più industrial, del resto siamo nell’era della “contaminazione”.
Credo che nella musica, come in tante altre manifestazioni dell’arte e del pensiero, esistano delle specie di “corsi e ricorsi”, per cui aspettiamoci pure che certe cose si ripetano, la speranza che siano sempre le cose migliori e autentiche.

La new wave italiana è sempre stata più elegante, magniloquente, meno diretta di quella Inglese, che forse ha puntato in maniera più diretta al sentimento. Oppure no?
Che posso dire, non so, Italia e Inghilterra hanno tradizioni e culture diversissime. Nel nostro paese una parte della musica della scena wave degli anni 80 era fatta da artisti che in qualche modo si ispiravano alla scena cantautoriale del decennio precedente, penso ai Diaframma, i CCCP e molti altri. Le tematiche trattate erano spesso piuttosto forti ed effettivamente meno tese al sentimento. In Inghilterra tutto questo non succedeva, molte volte l’attenzione forse era più diretta alla musica e al sound, e meno alle parole.

Secondo voi, qual è la caratteristica che faceva scattare l'attenzione nell'ascoltatore e distinguere voi da una band d'oltremanica (beh, lingua a parte)?

Dopo la pubblicazione di Cellini e grazie forse ad una maggiore maturità, abbiamo lavorato molto per trovare e inserire elementi che ci caratterizzassero come un gruppo italiano a tutti gli effetti. Dall’inizio avevamo scelto di cantare e di esprimerci nella nostra lingua e quindi di comunicare in modo chiaro le nostre parole. Se Cellini era un disco dalle atmosfere scure e dai testi maggiormente intimisti, subito dopo scrivemmo il pezzo Mediterranea (che poi diede il titolo all’LP), dove dal riff al testo si cominciava a respirare un’aria nuova. Quella fu la linea di demarcazione che ci permise di caratterizzare con maggiore personalità la musica che sarebbe venuta subito dopo. I pezzi di quel disco sono pieni di ritmi e di arrangiamenti molto elaborati ma molto “mediterranei” e “danzerecci”, Deja Vu ad esempio ha il ritmo di tarantella, Desiderio Di Me era in fondo un ritmo di beguine
Tutti i pezzi di Mediterranea sono stati scritti con il desiderio di far capire che eravamo una band italiana a tutti gli effetti, quella fu la prima vera trasformazione che abbiamo vissuto. Credo quindi che gli arrangiamenti e l’atmosfera che fanno parte di quel disco ci abbiano in qualche modo fatto distinguere da modelli troppo inglesi.

Si parla tanto di musica, ma di testi? Che cosa significa dover riempire una canzone non solo di parole e metrica, ma anche di emozioni e ricordi?
I testi hanno rappresentato molto da vicino il cambiamento e il cammino di un gruppo come il nostro che voleva con tutte le forze trarre ispirazione dalle proprie esperienze e dalle suggestioni del mondo circostante. Quando iniziammo a suonare assieme, nessuno di noi aveva un’idea precisa di come si componeva una “canzone”, intesa nel modo canonico di strofa, ponte, inciso, con testi in rima baciata e altre belle cosette; venivamo da un background fatto di musica suonata, spesso e volentieri improvvisata. I primi pezzi risentono di quella poca attenzione alla forma canzone, tuttavia i temi che proponevamo in quel periodo avevano molto a che fare con l’amore che avevamo per certa letteratura fantastica e gotica, per esempio Ixaxar, uno dei primi pezzi composti era ispirato ad un racconto di Arthur Machen, uno scrittore vissuto a cavallo fra il l’800 e il 900, autore di romanzi e racconti del soprannaturale, ma nello stesso tempo anche dalle suggestioni del cinema. Con Benvenuto Cellini i testi si fanno più coerenti con temi a noi cari da sempre, la libertà di espressione, il desiderio di spezzare le catene, la fragilità dei rapporti umani.
Mediterranea invece è un album di canzoni, vere e complete, dove le parole cercano di fondersi con la musica e se la giocano alla pari.
Sono molto affezionato ai testi di alcune canzoni dell’album, Sulla Strada parla di noi, delle emozioni che fanno parte di girare facendo musica, parla di emozioni irripetibili. Terra di Sempre parla del popolo palestinese e della terra contesa, di voglia di pace, temi di grande attualità anche oggi a distanza di così tanti anni
.
Quanto è stato difficile per voi scrivere e comunicare?
Se per difficile intendi imparare a scrivere, posso dire una cosa che può sembrare banale, non si smette mai di imparare, per fortuna aggiungo. A parte questo, noi che abbiamo avuto la fortuna di poter fare questo lavoro meraviglioso, abbiamo sentito sempre come essenziale la voglia di comunicare, di trovarci su un palco a suonare per la gente. Per me in particolare è stato educativo imparare a mettersi sempre in gioco, misurasi con il giudizio della gente. Per riuscire ad avvicinarsi a questo devi essere consapevole di aver lavorato sodo e anche con una buona dose di cuore.
Insomma credo che trovarsi davanti a tanta o poca gente a proporre la propria musica ci abbia fatto crescere tantissimo come esseri umani.

Potete anticiparci qualche progetto per l’immediato futuro?
Per ora non abbiamo nessun programma definito, ma chissà, nulla può essere escluso. Del resto non suoniamo tutti assieme dalla fine degli anni 80, sono passati tanti anni. Personalmente non sono un nostalgico e per così dire le “reunion” non sono tra le cose che preferisco, ma nulla si può escludere. Nel corso di questi decenni sia io che Flavio abbiamo suonato e prodotto lavori in contesti e generi diversi, facendo percorsi molto diversificati, facendo esperienze musicali diverse e lontane dal mondo Viridanse.
Solo ultimamente, grazie al lavoro di restauro e recupero dei vecchi nastri e dischi, ho riflettuto su alcuni pezzi del vecchio repertorio, soprattutto quelli facenti parte del primo periodo, provando a rileggerli in modo differente. E’ stato molto interessante constatare quanto siano in realtà quelli più vicini al suono contemporaneo rispetto al resto del repertorio.

Vi lasciamo l’ultima parola.
“Gallipoli 1915 e le altre storie” è stato il risultato di un lavoro lungo e paziente, del quale sono veramente soddisfatto, per la collaborazione seria e professionale con Stefano Gentile della Silentes. È stato lui il vero motore dell’operazione alla quale ha dimostrato di credere fino in fondo, con stima e spirito di iniziativa.
È stato un lavoro interessante, un cammino nel passato, tentando di recuperare l’originalità del sound e il vero spirito delle canzoni, anche accettando di mostrare il volto più lo-fi e primordiale della nostra musica. Spero che chi si appresterà ad ascoltare il lavoro si metta in questo stato d’animo e possa magari contattarci ed esprimere il proprio parere. Oggi come oggi la tecnologia permette di parlarsi in modo più diretto, sarebbe come creare quel filo invisibile che dovrebbe delinearsi fra chi fa musica e chi la ascolta, l’essenza stessa della comunicazione.
Desidero ringraziare la redazione della vostra ottima webzine, per l’opportunità di dare visibilità alle nostre parole e alla nostra musica.


ENRICO FERRARIS
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